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La visione si presenta come un fenomeno molto più complesso della semplice
percezione dell’immagine così com’è proiettata sulla retina dell’occhio.
Vedere non consiste in un fenomeno passivo, automatico e regolare, ma In
un’intensa, stancante attività dell’occhio umano che esplora, riconosce,
scandisce la realtà esterna mediante movimenti automatici e Inconsciamente
eseguiti, ma diretti e guidati dai cervello. Contrariamente a quanto può
sembrare, non si Osserva mai contemporaneamente un’intera scena, un intero
volto; quando si punta lo sguardo, è soltanto una piccola parte della
retina, la fovea, che con un angolo di lettura di pochi gradi è delegata
all’osservazione, in pratica, l’occhio si muove continuamente a scatti
molto rapidi per scandagliare e percepire, tramite il limitato angolo foveale, le miriadi di particolari che compongono l’immagine che si sta
osservando, il nostro sguardo quindi scandisce e percorre il soggetto
continuamente e automaticamente, selezionando i particolari, cogliendo gli elementi essenziali. Per esempio, in un volto, gli elementi fisionomici essenziali, come gli occhi e la bocca, attirano l’attenzione
dello sguardo, che li ripercorre ripetutamente. Questo è stato dimostrato
sperimentalmente mediante la registrazione dei movimenti oculari. Questa
interpretazione scientifica del fenomeno visivo conferma quanto era stato
intuito anche da studiosi dell’estetica, cioè che in realtà vedere
significa sostanzialmente afferrare le caratteristiche preminenti del
soggetto. Quindi l’occhio vede la realtà con un meccanismo ben diverso da
quello della macchina fotografica: mentre questa registra un’immagine
unitaria contemporaneamente, l’occhio registra una sequenza di
particolari, o meglio scandisce gli elementi dell’immagine in sequenza.
Per questo, pochi elementi caratteristici del soggetto sono Sufficienti
per richiamano alla mente. L’occhio ha la capacità di neutralizzare In
pratica differenze significative d’illuminazione, per esempio, le ombre
profonde su un viso: quando lo sguardo è rivolto su una parte in ombra,
non tiene più conto inconsciamente dell’altra parte in piena luce, ma
ricerca mediante i tratti essenziali l’idea memorizzata della persona. Si
capisce quindi che nell’osservazione dei volto vi sia un enorme lavoro di
comparazione, di astrazione, di ricerca degli elementi essenziali. La
chiave di questa abilità prodigiosa sta nella capacità della nostra mente
di memorizzare un grandissimo numero di volti e fisionomie, che vengono
paragonate con l’immagine scandita dall’occhio. In pratica l’occhio
minimizza lo sforzo della lettura di un’immagine, indagando rapidamente
forme e superfici allo scopo di riconoscere il soggetto, paragonandolo a
quanto memorizzato precedentemente. Farsi l’occhio, come suoi dirsi,
significa fare esperienze visive per acquisire un maggior bagaglio di
immagini nella memoria, che ci permettono di rivedere con facilità forme, strutture, volti, persone. Ciò significa che,
quando si osserva un volto ben conosciuto, basta uno sguardo fuggevole per
riconoscerlo, mentre un volto sconosciuto richiede un maggiore sforzo per
essere analizzato, classificato e memorizzato. Quindi uno sforzo minore è
richiesto al nostro sistema visivo per leggere figure e immagini semplici
e di cui abbiamo una precedente esperienza.
Dopo quasta premessa
sulla nostra vista e sulle correzioni automatiche che il nostro cervello
apporta al nostro modo di vedere noi da un punto di vista fotografico
diciamo non fidatevi della vostra vista. Infatti a causa di queste
correzioni a volte siamo tratti in inganno. Ad esempio: -Nelle
situazioni di controluce riusciamo a vedere dei tratti somatici di
soggetti che conosciamo, che poi non ritroviamo nella nostra foto.
Classico è l'esempio dell'ombra del cappellino sul viso di nostro figlio
al mare. Conoscendo quindi a priori come si comporta il nostro occhio
possiamo correggere l'esposizione con un colpo di flash anche se è
mezzogiorno, e magari 1/2 diaframma di sovraesposizione. -Nelle
riprese in interno con luce artificiale. Qui siamo condizionati dal
colore della luce, infatti a seconda che le luci che illumino l'ambiente
siano ad incandescenza o al neon, le nostra foto potrebbero presentare
delle dominanti di colore che vanno dal giallo per l'incandescenza al
verde per il neon, Nonostante la nostra visione non percepisca tali
alterazioni. Conoscendo quindi a priori come si comporta il nostro occhio
potremmo apportare delle correzioni alla colore della luce con dei filtri
e delle pellicole adeguate, oppure potremmo sfruttare artisticamente tali
variazioni cromatiche. L'importante è che la nostra foto sia sempre il
risultato di una scelta e mai di un caso. (esempio: un foglio bianco
sotto una luce ad incandescenza, ad esempio la luce della cucina, da noi
viene percepito sempre come un foglio bianco, mentre fotografato a luce
ambiente risulterà una volte stampato Giallo, questo a causa del nostro
sistema di comparazione e normalizzazione del nostro cervello spiegato
in precedenza.) |